November 02
Elementari
Immaginate un castello dai contorni da fiaba, nel cuore
di un bosco fertile e scuro. Sembra quasi un cuscino in cui sprofondare la
faccia la sera, quando si è stanchi. Come in una boccia di vetro, quelle di
Natale che se le scuoti cade la neve, ci sono un principe e il re. Un’armata su
cavalli neri che girano intorno al castello a cercare nemici.
Se non c’è una principessa non ci sarà mai, sotto la neve che scende a comando
e imbianca, sbianca il re e la sua corte immobile.
Con quanta forza avevo sei anni e il regalo in mano, prima di gettarlo contro
il muro bianco del soggiorno.
La neve si è sciolta sul pavimento freddo come ci sono solo in inverno.
Ero una bambina strana lo ammetto, lo dicevano tutti. E anche oggi c’è chi dice
che sono sempre stata strana.
Forse sono anch’io in una boccia di vetro, di quelle che si vendono nei negozi
da turismo; io in miniatura nella mia città in
miniatura, con i piccoli terremoti delle mani che ci vogliono partecipi
della loro bufera. Quella che hanno negli occhi quando ci guardano e sorridono,
finché non si annoiano.
Un altro giorno in soggiorno ho rotto la tazza con il latte e i biscotti
sciolti; ero ancora bambina.
Non mi piaceva quel latte, o forse non mi piacevano le ombre che intravedevo da
dentro la tazza mentre bevevo. Un fuoco d’artificio sul pavimento di cocci bianchi
e liquido pastoso.
Avevo ancora pochi anni per capirne il senso; potevo solo guardare la mia
azione riflettersi su altri occhi spaventati e sentire il senso di colpa
incomprensibile salire dalla schiena.
Non credo di essere stata punita quella volta, non ricordo. Doveva essere
successo qualcosa di più grande della mia tazza per spiegare come mai avessi
così aspramente distrutto il mio amore per il latte.
Come ero da piccola? Dovevo essere una bambina capricciosa che in prima
elementare ha voluto a tutti i costi cambiare scuola, perché a mio dire ero la
vittima della maestra. La maestra era molto brutta, questo me lo ricordo bene.
Con una gamba più corta dell’altra e un maglione blu elettrico che portava ogni
giorno. E la sua faccia così magra, con i capelli neri lunghi e gli occhi
piccoli e scuri. La pelle troppo bianca.
Mi ricordo che piangevo forte nel soggiorno, per farmi sentire da tutti, senza
vergognarmi della mia disperazione in eccesso. Volevo che le mie lacrime
sgorgassero dagli occhi e la casa si inondasse. Così avrebbero capito meglio il
mio odio prematuro per l’ingiustizia del mondo. Un’ingiustizia dal dito puntato
contro me sola.
Dovevo essere anche vendicativa se hanno subito ceduto alla prima pioggerella
dei miei occhi. Chissà che avrei detto alla gente con il mio bel visino
innocente che anche oggi mi porto. E mi chiedo perché con quello che ho dentro,
i miei tratti siano così dolci e i miei occhi azzurri così puliti, nel disordine
dei capelli ricci da giovane timida e confusa.
Mi ricordo la nuova scuola elementare; ci sono andata in silenzio, diffidente
da tutto. C’era un bambino che mi ha dato la mano per accompagnarmi alla classe
giusta. Non gli ho detto nulla ma mi ero un po’ innamorata, e quando sono
arrivata in quinta forse gli ho dato anche un bacio; e lui continuava a tenermi per
mano.
Ho dimenticato quasi tutto quello che succedeva fuori,
nella mia infanzia.
La mia nuova maestra diceva che scrivevo davvero bene, e quando consegnava i
compiti a volte teneva il mio per leggerlo nell’altra sezione.
Una volta abbiamo dovuto scrivere un tema sulla scoperta dell’America. Io avevo
scritto e alla fine avevo disegnato Colombo con un fucile in mano, e una nave
con tanti cannoni.
Le maestre dicevano che ero brava.
In classe avevamo un carrello giallo come libreria, con dei libri grandi di
quelli che leggono ancora i bambini.
Il primo libro che ho preso in mano è stato Piccole Donne. Ma l’ho richiuso
dopo la prima pagina perché non mi piaceva.
Poi ho visto Zanna Bianca. C’era un lupo in copertina con degli occhi castani
che mi fissavano, come se mi avesse riconosciuto.
E’ stato il mio primo vero libro, di quelli che non posso dimenticare e ancora
ci penso.
Ancora oggi vorrei un lupo e la sua neve non mi spaventa.
Un giorno dopo il suono della campanella dovevo aspettare
che mia madre venisse a prendermi al cancello.
C’erano molte macchine all’ingresso e io aspettavo tra gli schiamazzi e i
movimenti, tra i vestiti che così colorati si vedono solo alle elementari.
Mia madre tardava a venire e io non guardavo gli altri bambini perché così sola
mi vergognavo.
Poi tutti sono andati via ed è arrivata la maestra che è stata con me fino a
quando finalmente sono venuti a prendermi.
In macchina mi ricordo che non ho detto una parola, ma forse per un motivo più
grande di un ritardo.